2011/08/04

The miseducation of the king and his passion for blonde women

[Scena 13/1: apre gli occhi con difficoltà, svegliandosi sul divano; la testa è pesante; sembra crollare di nuovo per il sonno, ma ormai è cosciente]

- ...


[Scena 13/2: inspira profondamente stirando le braccia dietro la sua testa; dapprima allarga il torace portando le mani sulle spalle, poi allunga le braccia dietro la testa; espira dicendo: 'Oddio']

- ...oddio...



Ho le mani sporche e appiccicose di vernice secca, e dopo l'aggiornamento devo ricordarmi di cercare su Google il modo esatto di pulire una tastiera invertebrata. La mia era trasparente, adesso alcuni tasti sono rossicci e non è un rosso naturale.

Da piccolo - ovvero quando ho cominciato a frequentare la mia prima Università, qualche anno fa - mi succedeva spessissimo di ritrovarmi da solo a casa, la mattina. Solo per una manciata di ore-- ma per me, diplomato di fresco, appena uscito dal Liceo, era una sensazione nuovissima ed inebriante. Le mattinate più belle erano quelle in cui entrambi i miei genitori lavoravano. Erano la pace e la tranquillità, nessuno in giro-- da un certo punto di vista, mi sentivo protetto. Una notte ho sognato di essere a casa mia. Però casa mia era vuota, disabitata, ed odorava di chiuso come se fosse nuova. Un regalo tutto per me, un posto segreto in cui nessuno sapeva che fossi e dove nessuno poteva trovarmi.

D'altra parte, non credo di essere riuscito mai a comprendere pienamente il senso della parola 'casa'. In pratica, ho sempre vissuto in casa d'altri. Casa mia è sempre stata un approdo temporaneo, una corsia preferenziale in cui incanalarmi per scegliere dove andare. Sono sempre stato 'in procinto di' o 'di ritorno da'. Credo che, se una maestra di scuola elementare mi chiedesse di disegnare una casa, avrei un problema. Intendo dire che me la caverei, perchè so com'è fatta una casa-- c'è solitamente un bagno, una camera da letto, una cucina, un salotto, e posso immaginarmi dei mobili e un divano, una tavola con delle sedie, una scrivania da qualche parte; però non sarebbe la mia casa, quella che cercherei di rappresentare, non sarebbe la prima immagine a venirmi in mente. Gli altri bambini disegnerebbero cortili e finestre e padri e madri, io me ne starei a guardare il foglio bianco senza sapere come chiamare il posto dove dormo.

Eppure devo mantenere la calma per restare lucido, più che serio. Perchè c'è qualcosa di sbagliato in un mondo in cui, contemporaneamente, sono io che devo occuparmi dell'organizzazione della festa a sorpresa di Marco (sperando che tutto vada bene, perchè sabato sera lavoro), e voglio semplicemente sentirmi un imbucato alla suddetta festa, facendo quanto più casino possibile senza preoccuparmi di essere cacciato perchè nessuno sa chi è l'amico che mi ha portato con se.

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