2011/10/17

Sono io, quello duro e cattivo e onesto che ama la pizza con la mozzarella

In sintesi, mi fa bene mettermi a parlare e raccontarmi-- non già pubblicando interventi sul blog o riempiendo pagine di quaderno, ma proprio parlando con persone vere.
E non ci siamo messi a fare un gruppo di terapia. Abbiamo preso una pizza, fatto arrivare il narghilè al tavolo e siamo scappati venti minuti dopo perchè Marco doveva infrattarsi con la fidanzata.
Già.

E' emerso che il mio modo di fare è anomalo ma scevro di pecche strutturali-- nel senso che non è condivisibile, ma solo per una questione di punti di vista; a rigor di logica, invece, ha completamente senso.

Che, insomma, ognuno reagisce alle situazioni poco gradevoli aggiungendo uno strato alla propria armatura; chi è coraggioso, l'armatura se la toglie. E io non mi concedo nemmeno di piangere, perchè sono molto emotivo e c'è bisogno di una parte di me che mi disciplini. Anche piangendo, dico io, dimostro debolezza, perchè cedo alla pressione e, per scaricarmi, attribuisco il mio malessere ad un'altra persona che diventa responsabile dello stato in cui verso. Questo non succede, e questa è la mia disciplina. Non sono 'troppo crudele con me stesso', come ha sostenuto Peppe, ma sono consapevole delle mie responsabilità negli eventi che succedono. E' il mio carattere, e non posso non essere forte. Non che non ci siano persone che mi vogliono bene e che sarebbero pronte a starmi vicine quando serve-- però, ecco, ce la faccio ancora e la mia soglia di tolleranza è molto alta.

Sono corsi e ricorsi storici, è la rigenerazione, è la Filosofia che abbatte le vecchie credenze per muoversi meglio.
Prima c'è stata una fase radicalmente egotica: mi sono concentrato su me stesso, rafforzando il mio ego e delineando con maggiore precisione e nitidezza i bordi della mia personalità, per avere un'identità salda da esporre a tutte forze modellatrici del mondo. Ed è un po' un respingere la realtà, lo ammetto.
Poi sono stato estremamente recettivo: mi sono nuovamente aperto a tutti gli stimoli possibili ed immaginabili che mi arrivavano, perdendo la mia forma e sfocandomi, ma assumendo nuovi contorni che magari potevano adattarsi meglio alle circostanze. Ed è un po' da schizofrenici, in relazione con quanto detto appena prima, lo ammetto.
Adesso ho nuovamente ripiegato su me stesso, una chiusura a riccio che però non è una fuga bensì una ritirata strategica: sto prendendo fiato mentre attribuisco le giuste proporzioni alle cose e rielaboro quello che c'è da rielaborare, sperando che questo mi renda più consapevole e non solamente incattivito. Ed è un po' il periodo che non volevo tornasse, perchè in pratica sto sulla difensiva tutto il tempo e in qualunque cosa faccia.
Lo scopo è non diventare una persona fredda e calcolatrice, che cerca di prevedere quante più mosse possibili prima di muovere. Che c'è di male in questo? Che, nel mio caso, è un atteggiamento che raggiunge la perfezione e la squisitezza sotto la spinta della paura.
La paura tende a trattenerti; come ho detto a Peppe, noi corriamo. Dobbiamo stare sempre avanti. Vogliamo questo, siamo fatti sempre così, è la nostra indole, e peggio per chi non riesce a tenere il nostro ritmo. In realtà, ci aspettano lunghi periodi di solitudine.

E i miei amici, che mi conoscono bene, mi hanno detto: 'Non scomparire'.
'Per favore'.
E a me, un po', ha pianto il cuore.
Perchè sanno che sarà inevitabile. Che non potranno farci niente. E l'hanno ricordato anche a me.

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