le persone che si vogliono un sacco bene riescono a perdonare incomprensioni e malintesi tanto più facilmente quanto più questi sono grandi; le piccole mancanze, invece, sfidano microequilibri privi di misure antisismiche, così scontati e consolidati che diventano il pretesto per urlare all'affronto personale.
l'altra sera la poltrona era fin troppo comoda, il libro era appena comprato e non poteva annoiarmi, la musica era scaricata di fresco e non poteva distrarmi, la luce da tavolo era riposante senza essere fastidiosa-- la solitudine, era materna e protettiva al punto giusto, non oppressiva.
lei mi chiamò, disse che non stava bene, che era triste e che voleva bere. io stavo bene, non ero la compagnia adatta perchè non mi interessava bere e non avevo soldi in tasca, però andai. prese per se un paio di birre, non ricordo quali benchè, da profano, so che ogni bevitore predilige una ed una sola marca tra tutte, ed andammo insieme al ristorante cinese per farmi imbottigliare vino caldo di riso per tre o quattro persone, che ha un saporaccio che lei non sopporta e un odore di disinfettante che le fa arricciare il naso ma è l'unica bevanda alcolica che riesco a bere senza sentimi un triste disperato. avevo persino frugato nell'armadio, per vestirmi, anzichè indossare i vestiti accuratamente piegati sulla sedia per essere indossati anche il giorno dopo senza troppi rimorsi, tuttavia mi accorsi proprio allora che il mio guardaroba è sempre stato poco curato, disimpegnato, monotono. mi ero messo il profumo spruzzandomi sui polsi, strofinando e passando ai lati del collo. bevemmo su una panchina, lei rideva quasi nervosamente, forse stava finalmente riuscendo a non ricordare e non pensare, parlava ed io annuivo, facevo domande e la sentivo sempre più lontana, e mi stava impedendo di addormentarmi, poi mi disse che si era persa, che aveva buttato la bussola perchè indicava una direzione sbagliata e adesso si pentiva di non avere nemmeno dove dirigersi. io le dissi che poteva fare quello che voleva, e andare dove voleva, ma era troppo scoraggiata per darmi ascolto e credermi, e ciò non mi diede il coraggio per dirle che poteva venire con me, oppure che potevamo andare insieme da una parte tutta nuova, non creò le circostanze adatte. aveva le idee confuse, disse, perchè aveva sempre avuto bisogno di qualcuno che la tenesse per mano e che la richiamasse quando si allontanava correndo, ed io pensai a quando il mio amichetto delle elementari ed io eravamo al mare e lui mi sfidò a tornare a casa prendendo due strade, ed io dopo due curve gli corsi dietro senza farmi sentire fino al cancello, poi finsi di uscire dall'altra parte della strada come se ce l'avessi fatta da solo, e forse per lei era la stessa cosa e forse no, forse capivo cosa stava dicendo e forse volevo stringerla e dirle che non si preoccupasse, che andava tutto bene, che ci avrei pensato io anche se non avevo idea di come. nessuno l'aveva abbandonata, era che adesso non si fidava più di nessuno e questo è un dramma per chi ama camminare insieme a qualcun altro, diventi sicuro di te ma è piuttosto un'abitudine dolorosa. alla fine lei aveva un assoluto bisogno di qualcosa che non ero io ma quello che ti cade per strada è perduto, se lo prende qualcun altro e lei invece ogni tanto tornava sulle stesse strade nel caso qualcuno avesse avuto un rimorso di coscienza.
invece no, quella sera uscii per andare a sentire degli amici che suonavano. trovai l'indirizzo del locale sulla locandina pubblicata su facebook, calcolai l'itinerario con google maps, allacciai il casco decorato con gli hanzi e partii col motorino ripetendomi i nomi di strade poco note. mi persi. tornai indietro, rischiai domandando a due ragazzi che fumavano da soli in un parcheggio buio ed isolato e scoprii che anche loro, raffaele ed alberto, andavano alla stessa serata. buttate le cicche nell'erba, ci avviammo, in tre, e saltammo, urlammo e sudammo.
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