2012/06/19
Facciamo finta che non ci sia più
Solitamente tengo per me i miei ragionamenti, ma io sono fortunato. Almeno, dovrei farmi un esame di coscienza - o permettere di farmi fare un esame di coscienza - ed accettare di esserlo. Non dico che mi sarebbe servito qualche abbraccio in più e qualche ceffone di meno, ma quasi. Anche se, va detto, il passato è passato e dovrei essere in grado di mettere una pietra sopra l'acqua sotto ai ponti-- non ricordo com'era. In fondo, dovrei farmi andare bene che non mi manchi niente; ma forse è proprio per questo, per il fatto che non possa piagnucolare la mancanza di nessun oggetto, che posso francamente fare la conta delle cose veramente importanti che mancano. Tra venti o trent'anni bisognerà rinnovare la lista degli scemi del villaggio, e chissà i nomi di quanti di noi ci finiranno. Aneddoti coloriti, episodi romanzati, frasi tipiche, e poi morire sbiaditi nell'afa di una dissolvenza ad effetto. Se saremo fortunati, qualcuno penserà perfino che eravamo divertenti sorvolando sulle nostre storie personali crocifisse e lapidate, come se fossimo nati per incontrarci di tanto in tanto temprandoci sulle calunnie; altrimenti, avremo vissuti da stupidi. La verità è che mi sento spossato. Non ho più forze e non ce la faccio più. Tra un po' mi arrendo, dato che nessuno vuole farmi il favore di gettare la spugna al posto mio. Ci vorrebbe un colpo di reni improvviso, una Northern-Lights Suplex mozzafiato che capovolga e ribalti la situazione, e per quello non ci vuole nessun coraggio particolare, solo convinzione; forse sto solo sopravvivendo a me stesso e nella testa rimbombano moleste le parole che dicono che non sono un debole, come se tenere duro fosse un merito: intanto, quando ero davvero ostinato ed intestardito e non la davo vinta a nessuno a costo di andarci a perdere, nessuno si è mai fatto scrupolo di ripetermi quanto poco valessi, quanto fossi niente più che una delusione, un ingrato miserabile e senza rispetto che è troppo una merda per vergognarsi. Questo per tornare coi piedi per terra e calibrare il metro dell'autostima, e adesso non mi sento mai all'altezza ed ho l'impressione che non sia mai abbastanza perchè ho i sensi di colpa non si è capito bene per cosa. Si vede che perfino la forza di carattere va contestualizzata per essere una qualità degna di stima. Io sono un dodo. Un lento e appariscente e goffo errore di calcolo, o preda. Sono un inetto nel senso sveviano del termine, e sostanzialmente non c'è molto altro da aggiungere. Io volevo leggere e scrivere e basta, anche se non ho mai pensato realisticamente a come si può vivere in questo modo. Altro che futuro, progetti, prospettive, sbocchi lavorativi. La facevo talmente facile che confessarlo è imbarazzante. Volevo essere felice come se fosse automatico, naturale, ovvio. Io sono rovinato e dovrei ricominciare daccapo, al condizionale, perchè questa è solo una proposta. Leggere e scrivere e muovermi, altroché. Fuggitivo. Muovermi, sempre, come gli squali, altrimenti morire. Tra gli scemi del villaggio di domani mi ricorderanno come quello che camminava sempre, che si faceva i chilometri a piedi girando in tondo perchè, alla fine della storia, non sapeva dove andare e non aveva ben chiaro cosa fare. Leggere e scrivere e guardare. Come se il mondo stesse aspettando uno come me. E adesso vorrei proprio sapere come ha fatto H. Caulfield. Secondo una scuola di pensiero molto popolare, se avessi avuto vicino una brava ragazza che mi avesse fatto mettere la testa a posto sarebbe andato tutto diversamente-- cioè bene. Forse. Non lo so. Forse non avrebbe resistito, come già in passato. Oppure sarebbe stata tutta un'altra cosa. Comunque, è il genere di soluzioni facili e sbrigative e generiche che sono esattamente le soluzioni richieste ma prevedono di prendere in considerazione una marea di cavilli che scoccia solamente il pensarci. E poi io sono un'infinità complicato. Sempre teso ad essere perfetto che non si capisce dove comincia e dove finisce quale lato di me, e poi non è chiaro nemmeno quando ho un problema e quando no e, in sostanza, vuol dire che dovrei, senza altra scelta, nascondere i miei stati d'animo quando assume tinte fosche. Prendo in giro ed inganno, quando sono calmo? E quando, io che sono paurosamente in perpetua oscillazione tra i due estremi per antonomasia, sono normale? Io dovevo fare come Diagora. Diagora era stato, in gioventù, un campione olimpionico e questa, tra i Greci, era considerata l'onorificenza massima; poi successe che i suoi due figli conquistarono a loro volta l'alloro alle Olimpiadi ed i concittadini, al colmo della commozione e dell'ammirazione, andarono da Diagora e gli dissero: 'Ucciditi, o Diagora, perchè comunque in questa vita non potrai aspirare a nessuna gloria maggiore di questa'. Io decisi che mi sarei ucciso in macchina, di notte, a ventitrè anni - nessun motivo particolare: era un numero né troppo lontano né troppo vicino - che poi sono diventati venticinque, senza tuttavia modificare le modalità, perchè cominciavo a ricredermi e mi ero concesso il beneficio del dubbio, una seconda possibilità. Se però fossi stato troppo frettoloso nel ritenere per certo che non sarebbe mai potuta andare meglio? Lasciato indietro e dimenticato perchè dimenticabile, l'alternativa sarebbe stata quella di ridurmi alla parodia di me stesso, quindi col senno di poi era un salto nel buio che avrebbe avuto più che senso compiere, anche perchè adesso riesco a sentirmi solo denudato ed umiliato, debole e stanco, e sopportare giorno dopo giorno una sensazione così pungente, viva quanto me se non di più, è uno strazio sfibrante.
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