Il reduce è in piedi, zoppicante ed imbarazzato come un bambino colto in fragrante a nascondere i cocci del vaso che ha rotto giocando a palla in salotto. Non si è ancora guardato allo specchio ma dovrebbe, dovrà.
Questa coincidenza mi fa sorridere: due anni fa, proprio in Agosto, aprii questo blog e vi scrissi il primo intervento mentre ero in convalescenza con dei punti sul dorso della mano. Ciò dovrebbe forse anche farmi riflettere, ad esempio, sulle cose che si ripetono con variazioni minime; oppure su quanto poco mi prendo cura di me.
Quando la macchina ci ha investiti, io sono stato proiettato in avanti-- mi è difficile essere d'accordo con Peppe, che sostiene che io abbia saltato in avanti per riflesso; forse è stato solo un maldestro tentativo di conservare l'equilibrio e mantenere la posizione eretta mentre venivo trascinato a terra.
A terra ho avvertito la sensazione familiare del sangue che scorreva fuori da qualche punto del mio corpo. Come lo squalo si dice sia capace di identificare una goccia di sangue in mezzo ad ettolitri d'acqua, la mia attenzione si desta appena sanguino un po' più copiosamente della norma e mi blocco estasi, quasi, come se volessi godermi ogni attimo. E' come acqua calda che scorre più lenta, più pesante, senza irritare l'epidermide con la differenza di temperatura - anzi, il sangue è dentro al corpo ed ha la nostra stessa temperatura, perciò non lo riconosco come qualcosa di estraneo - ma, a differenza di essa, ha una consistenza, lo si può toccare e schiacciare col dito, però non è viscoso come l'olio o il muco: forse il sangue somiglia più di tutto al sudore d'estate.
Sentivo il sangue radunarsi sotto il mio viso e sgocciolare dal mento, una novità per me. Però ero preoccupato per il mio viso, soprattutto, e feci un rapido esame. Mi toccai la mandibola e la mossi a destra e sinistra, per accertarmi che non fosse slogata. Più tardi mi hanno spiegato che, se fosse stato quello il caso, avrei sperimentato un dolore tra i più acuti che una persona può provare. Quindi, no. Poi, i denti. Poteva essere qualche dente saltato via, ma non mi sentivo il sangue in bocca. D'altra parte, il colpo a terra poteva avermi intontito le arcate dentarie come un'anestesia locale. Allora, ho usato un vecchio trucco da boxer per controllare che i denti ci fossero tutti: li ho passati tutti in rassegna con la lingua, dall'interno della bocca, e quale non è stato il mio sollievo nell'appurare che nemmeno uno mancava all'appello. Poteva uscire dalle orecchie, il sangue? Dopotutto, mi trovavo con la faccia a terra e potevo benissimo aver battuto la testa. Per precauzione non tolsi il casco e non me lo feci sciogliere da Peppe che era venuto a controllare perchè non mi alzavo. Gli occhi, potevo aprirli e chiuderli. Dal naso, inspirare ed espirare. Tutto ok. Dovevo andare in ospedale, diceva qualcuno. Perdevo un sacco di sangue dal mento. Provai a tappare la falla con le mani ma non era la cosa da fare. Non era l'azione che avrebbe risolto tutto e fatto proseguire la giornata come niente fosse. Sicuramente l'auto della signora era stata danneggiata, e anche il motorino, e c'era una procedura da seguire e gesti da compiere, non potevo risolvere tutto premendomi il mento con le mani e tornando a casa a farmi una doccia prima di pranzo. Dovevo andare in ospedale, ma ero imbambolato. Come? A piedi? Non ci saremmo mai arrivati, era lontano. E faceva caldo, ed ero un po' stanco. Fosse dipeso da me - se mi avessero detto: 'Se vuoi andare in ospedale, devi andarci a piedi' - sarei tornato a casa col casco ancora in testa e le mani a cerotto. In motorino? Ma non potevamo prendere il motorino, dopo un urto simile non sarebbe riuscito ad avviarsi. Forse dovevo sollevarlo da terra ed avviarlo, in quel modo saremmo andati in ospedale perchè la giornata potesse riprendere. No, no. Con la macchina della signora? Chi l'aveva detto? La signora? Ma io avevo sangue sui pantaloncini, mi usciva dalle gambe, le mie mani erano rosse per il sangue che scorreva anche dalle braccia, la macchina della signora si sarebbe sporcata. E poi con quel casco in testa mi sentivo ridicolo, ma questo non lo dissi. Una persona aprì la portiera ed io entrai in auto, stando attento a tenere le braccia sulla maglietta ed a sedermi in modo che le gambe non toccassero il sedile, e dal finestrino qualcuno mi passò un pezzo di carta da cucina arrotolato su stesso cinque, sei volte, per formare un fazzoletto molto spesso ed assorbente che avrei dovuto mettere sotto al mento. La signora era nervosissima. Vi siete fatta male, magari al collo? So che in auto è facile subire il colpo di frusta. Tornavate a casa dal lavoro? E non siete nata qui? Vi indico la strada per accedere alla rampa del pronto soccorso, la conosco già.
Mio padre mi ha raccontato che anche lui e suo padre hanno la stessa cicatrice sotto al mento. Certo, forse non è identica nella forma-- o, invece, i menti si strappano tutti nello stesso modo spaventoso. Sul lettino della sala del pronto soccorso - quei lettini con le rotelle coperti per la loro lunghezza da carta di qualità riciclata e da un telo piegato a metà di quella tonalità di verde che si associa sin dalla prima volta agli ospedali - cercavo nell'espressione facciale del chirurgo qualche indizio della mia condizione. Non stavo per morire dissanguato, niente di così grave. Però il chirurgo era fin troppo concentrato, come se stesse silenziosamente affrontando una sfida difficile, e sospirava spesso mentre continuava a pinzare punti e tagliare il filo in eccesso. Passati i dieci, ho smesso di contarli, mentre tentavo di strappare un lembo della mia maglia ed irrigidivo le gambe per far impegnare l'energia del dolore in movimenti secchi e bruschi. Ad occhi chiusi, sentivo il chirurgo ripetere che 'peggio di così, non ti potevi combinare' e, a dirla tutta, non me lo aspettavo. Non c'era sarcasmo, bonarietà. Era una voce professionale e seria che mi illustrava una situazione che mi ero figurato facile da risolvere. I punti come effetto collaterale, basta unire un lembo di pelle a quello opposto, come si uniscono due facce di un foglio di carta da regalo usando una striscia di nastro adesivo. Peppe mi ha raccontato, dopo, che la ferita in se non era profonda ma larga, e che il bordo era tutto sfrangiato ed irregolare per via di un pezzo di pelle mancante, e che, guardandomi, davo l'impressione di indossare una maschera come Lupin, che se le strappa via per svelare il travestimento, e la mia maschera aveva cominciato a venire via dal mento. Mio nonno cadde da una moto - quella siglata 'Moto M' che solo qui è diventata un neologismo col nome di 'motom' - mentre era in campagna e venne aggredito da un branco di cani: lo accerchiarono e lui perse l'equilibrio mentre li allontanava a calci e li spaventava col rombo del motore, magari urlando anche. Non so come sia finita la storia, ma posso immaginare che, dopo la caduta, mio nonno sia riuscito a risalire in sella e ad aprirsi un varco tra i cani che, spaventati, avevano rotto la formazione. Mio padre si ferì al mento una prima volta che era molto piccolo, così mi ha raccontato, cadendo sullo spigolo di un muretto, e la seconda volta, più grande, guidando la Vespa su una strada fatta di ghiaia. La Vespa scivolò da sotto senza scosse brusche, quasi dolcemente, e mio padre strusciò per qualche metro con la faccia sui sassolini. Ed ecco che la catena si allunga di un nuovo anello, il cerchio allarga la sua area inglobando un altro puntino isolato nella sua circonferenza.
E, proprio come un'ellissi sembra allontanarsi dal fuoco di partenza per poi ritornare con un'elegante parabola perfettamente calcolata e proporzionata, tutto sembra essere evidentemente riconducibile a qualcos'altro che è meno chiaro, ad un punto con cui ho concluso un paragrafo all'inizio di questo intervento. I due fuochi, in questa figura geometrica che potrebbe sostituire per importanza il triangolo nell'interpretazione cabalistica, sono io che non mi disinfetto le ferite, e mio padre che mi cambia le medicazioni ed abbonda con la soluzione fisiologica perchè l'acqua ossigenata mi fa contrarre e digrignare i denti come se avessi le convulsioni. Il disinteresse quasi ostile che dimostro per la mia salute, e la gratitudine impercettibile che si cela nella mansuetudine con cui mi concedo alle cure mediche. La frequenza dei miei infortuni, e la loro varietà, hanno assunto ormai un carattere proverbiale, sono aneddoti che coloriscono ogni racconto di pomeriggi fuori e vacanze, e la loro natura veramente poco drammatica permette di scherzarci su a piacimento, senza rancore, uno humour nero che non riesce a cogliere nel segno. E' risaputo anche che solo in casi rarissimi intervengo con disinfettanti e medicazioni varie: il più delle volte mi affido all'acqua di una fontana o, semplicemente, all'aria, e la motivazione poco spesso chiesta ed altrettanto poco spesso confessata è che non ci do peso, non ci faccio caso, non me importa. Eppure, penso che La Puffola abbia ragione quando dice che, in realtà, questo mio menefreghismo è una richiesta a qualcun altro di occuparsene. Di occuparsi di me. Come i naufraghi di una scialuppa alla deriva in mare che, esploso un razzo segnalatore, vengono soccorsi da una nave e dicono al capitano, con leggerezza, che avrebbero comunque potuto resistere qualche altro giorno. Dev'essere così, dev'essere la petizione per instaurazione di un legame, un'istanza di intimità avanzata a patto di non essere letta come un bisogno da parte mia; con l'intendimento di evitare ogni esegesi psicologica che la qualifichi per quello che, in ultima analisi, è: un appello. Una supplica, un invito sollecito ma non troppo? Per me, schivo nella mia espansività, schermandomi con l'esuberanza, incrostato di euforia, è inverosimile chiedere un abbraccio, un bacio, una coccola. E, allora, devo trovare altre strade - almeno una - in un labirinto di hutong all'apparenza senza logica, senza armonia, in cui depistare qualunque mentalista della domenica, per soddisfare in maniera quasi perversa la necessità più naturale e fondamentale: quella d'affetto. Di contatto di corpi che, per quanto l'ho reso esclusivo, è propedeutico, imprescindibile all'apertura dell'anima. Io ho due modi per invitare indirettamente qualcuno all'interno della mia zona intima: lottarci, e lasciarmi medicare. Due azioni antipodiche come piedi e capelli ma collegate strettamente come i lacci di una scarpa. La violenza alla base dell'una e la calma alla base dell'altra non lasciano facilmente intendere l'esistenza di un legame, eppure non c'è altra via per permettermi di toccarmi con le mani-- il sesso per me presuppone ancora un certo grado di fiducia reciproca. Da qui a parlare di autolesionismo attivo ce ne passa: la verità non è certo che mi faccio male apposta, né che passo le giornate a pensare a come ferirmi più o meno gravemente per esibire braccia striate e mani sempre più inguardabili; però, da un certo punto di vista, sono felice quando mi capita di ferirmi. E' catartico, è liberatorio, sono grammi di anima che volano via, oppure è l'anima che riesce a fare capolino da dov'è rannicchiata e prendere una boccata d'aria fresca. La prospettiva è quella di lasciare il mio guscio, aprire una breccia nella mia zona di panico totale, e presentarla come un fastidio ma ineluttabile. Posso rubare un po' di calore umano senza che si noti quanto ho freddo. Posso avvertire la pressione di un polpastrello, dell'intero palmo di una mano senza lasciare un'impressione stupefacente della mia solitudine. Posso ascoltare un respiro, seguirne il ritmo calmante dell'inspirazione e dell'espirazione, senza trovare che il naso sia troppo incombente, senza il contrappasso di un sospiro da parte mia. Posso avvicinarmi all'Altro facendolo sembrare un incontro casuale. E' l'unica occasione che ho, e voglio approfittarne: forse è questo, che non mi accorgo di pensare.
E' strano considerare gli sfregi sul corpo, permanenti o meno, da un punto di vista estetico, narcisistico. Si dice che le cicatrici siano un accessorio essenziale del bel tenebroso, che rinvigoriscano l'alone di mistero che lo circonda, che suggeriscano un passato movimentato, interessante, una bomba dalla carica sopita che al presente potrebbe esplodere di nuovo, travolgente, purchè col detonatore adatto, ed ogni ragazza si sente - a ragione, secondo la mia esperienza personale - polvere da sparo, miccia e scintilla, tutto insieme. Il teorema ancestrale secondo cui bellezza e dolore siano direttamente proporzionali mi appare attuale, e mi sembrerebbe impeccabile e perfetto se non avessi gli occhi per riconoscerlo come traballante. Le asperità della vita difficilmente restituiscono la purezza a chi ci passa attraverso, a meno di non avere una fede incrollabile e fanatica. E io non mi sento più bello di prima dell'incidente; forse lo sarò quando terminerà il ciclo di garze da cambiare e bende da stringere, e tra dieci giorni tornerò in ospedale, stavolta per togliere i punti. Ma se questa tortura si dimostrerà l'equivalente delle ore che una ragazza passa facendo la spola tra l'armadio per vestirsi e lo specchio per truccarsi, ammetto che sarò stupito.
Nessun commento:
Posta un commento