L'Arte, o comunque il dedicarsi ad Essa, è considerata una prerogativa dei giovani. Da qui, il carattere poco serio che Le si attribuisce quando non veicola messaggi educativi o morali socialmente condivisi. Così come i giovani vanno continuamente tenuti a freno e corretti, l'Arte viene criticata come espressione di un modo di fare ancora immaturo, romanticamente ingenuo.
Oggi ci chiamiamo 'Artisti' perchè usiamo le versioni aggiornate degli stessi strumenti già usati da quelli che sono chiamati 'Artisti'. Tutti possono comprare una moleskine e scriverci su, tutti possono scattare foto con una fotocamera digitale e ritoccarle con un software di grafica: non tutti costoro sono Artisti. Dov'è l'Arte, in questo?
Quando sentiamo pronunciata la parola 'Arte', non pensiamo ad Andy Warhol. Non ci pensiamo subito, spesso non ci pensiamo affatto.
Quando vediamo le colorate foto in serie del barattolo di zuppa Campbell's, sappiamo che quella è Arte. Non ne capiamo il motivo, ma sappiamo che è considerata Arte e lo accettiamo senza scomodi dubbi.
In realtà, non ci si può rivolgere a nessun prodotto della Pop Art senza provare la sensazione di dover inventare subito una buona scusa. E' come se nella nostra testa suonasse un campanello d'allarme, e dovessimo immediatamente una spiegazione convincente a Qualcuno.
Perchè suona, questo allarme? Cos'è, che ci fa sentire in pericolo? Cos'è, che non riconosciamo e ci turba?
E' la nostra idea di ciò che è Arte a venire sollevata per i piedi e scossa mentre è a testa in giù, e chiama noi in suo soccorso.
Ma cos'è, che stiamo sostenendo? Cosa stiamo difendendo, a cosa stiamo dando man forte?
Alla visione tradizionale secondo cui, per fare Arte, bisogna essere Artisti. Bisogna avere talento innato, a volte formazione e studi specifici, sensibilità acuta e suscitare un religioso rispetto. Un Artista è come un pariah: fa parte di una casta impermeabile, inviolabile, che non accetta contatti con l'esterno.
Ma è un pariah dignitoso, pieno di orgoglio per quello che fa, desideroso che vengano riconosciuti i suoi meriti.
Immaginate quindi la faccia di questo personaggio pieno di se quando, un giorno, qualcuno alza la mano e domanda se l'Arte non sia ovunque, se gli Artisti non siano ovunque. Se l'Arte non sia ormai un ideale obsoleto, scaduto, un altro bene di consumo, accessibile e commercializzato, il suo sapore perduto. Se ogni persona, in quanto individuo inimitabile, è paragonabile in tutto e per tutto ad un affresco o ad una scultura su marmo. Se i mezzi e le tecniche per fare Arte non sono più appannaggio di pochi, se tutti possono cimentarsi ed esprimere Arte senza che sia necessaria alcuna sorta di autorizzazione da parte di chicchessia.
L'Arte, a questo punto, decade. Nel momento in cui diventa prodotto per le masse, prive dell'educazione e dello spirito necessari per fruirne a fondo ed apprezzarne tutti gli aspetti, si svuota di ogni contenuto e diventa passatempo fine a se stesso.
Ma forse è sempre stato questa, la grande truffa dell'Arte. Far credere a tutti che ci fosse qualcosa di più oltre l'espressione personale dell'Artista, come una Forza che sceglie quelli più degni come suoi rappresentanti, profeti attraverso cui parlare.
E lo spirito dei tempi, che ha sempre osteggiato - anche rudemente - qualunque evoluzione dell'Arte, nei contenuti o nelle forme, adesso si erge a difesa dell'Arte oltraggiata; o è piuttosto un paladino che difende un sepolcro vuoto?
Il motivo per cui l'opera di un Artista piace sta tutto nel fatto che tocca delle corde dell'anima che sono comuni a tutti gli uomini. In questo, l'Arte riunisce tutti: ciò che piace, è perchè fa riferimento a qualcosa di fondamentale, di basilare, affonda in tutti i livelli della nostra personalità fino ad arrivare a quel qualcosa che costituisce l'essenza di ognuno.
Per il motivo opposto, ciò che non piace è perchè non sembra riguardarci, non sembra rivolto a noi, è una molestia, un disturbo.
Ma questa non è fortuna, non è una combinazione. E' il risultato di un'abilità raggiunta. L'Arte non è altro che esercizio della tecnica finchè essa non viene interiorizzata e diventa naturale, e il grande mito dell'Arte spontanea e senza fatica e, contemporaneamente, di successo non fa che sminuire tutti gli sforzi impiegati e gettare discredito sui problemi e le relative soluzioni.
Un Artista non è un membro produttivo della Società. Può essere ammirata la sua competenza, invidiata la sua fama, ma non viene mai considerato una figura-cardine-- più spesso, un sobillatore pericoloso che va intralciato con la censura e le calunnie.
Yukio Mishima riteneva che uno studioso dovesse avere un corpo smilzo, molle, rachitico, dato che un fisico possente si addice solo a quelli che hanno bisogno di lavorare per vivere. E' vergognoso, per un letterato, avere braccia forti come quelle di un fabbro. Un intellettuale, a prima vista, è qualcosa di molto simile ad un egoista, che non fa niente di produttivo e utile per gli altri.
Similmente, un Artista vive in un mondo tutto suo, astratto dalla realtà, estraneo alla vita vera e, ciò che è forse l'unico peccato capitale di quest'epoca, perde tempo.
Questa frenesia, questo tempo per noi che è sempre così poco e si riduce sempre più... di cosa dobbiamo avere paura? A cosa non dobbiamo pensare?
Cos'ha fatto, Warhol: ha scoperchiato il vaso di Pandora, ha portato il cavallo di legno dentro le mura di Troia, o ha mostrato che in tutti c'è la potenzialità di esprimere?
E, a questo punto, quale sarà il metro di giudizio per distinguere - ammesso che sia possibile porre dei limiti, effettuare una divisione, o che ci sia una divisione da effettuare - ciò che è Arte da ciò che non lo è? Dove dobbiamo orientare il nostro gusto?
E' questa, la lezione? Imparare a pensare con la nostra testa, fidarci del nostro giudizio, ora che tutti i parametri sono stati abbattuti? Avere il coraggio di sostenere un'opinione personale?
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