2012/10/22

collateral damage

Il mio amico mi chiamò per parlarmi di lei, anche se in quel momento preciso non lo sapevo. Io e lui ci parlavamo ormai tanto di rado che, quando succedeva, semplicemente ci beavamo l'uno dell'altro il più a lungo possibile prima di separarci nuovamente, senza rancore e senza promesse, per chissà quanto altro tempo. Agli occhi di lui, lei doveva essere straordinaria per essere l'argomento e il pretesto di una conversazione. Era entusiasta del fatto che io la conoscessi di persona, a differenza sua che le aveva solo scritto in chat. Non era geloso che il rapporto tra me e lei potesse diventare un legame da cui lui sarebbe stato escluso, non era impensierito dall'eventualità di essere declassato ad un'alternativa virtuale con cui intrattenersi vagamente per qualche mezz'oretta la sera, quando capitava. A lui era sufficiente che lei esistesse davvero. Mi disse che lei, per lui, era 'troppo ideale', 'assurda'. 'Un'entità figurale', mi disse. Si accontentava di sapere che Freud era stato esageratamente duro, che Nietzsche giocava a fare la cassandra, che Cioran avrebbe fatto bene a fermarsi con le puttane invece di limitarsi a passeggiare tra loro di notte. Il mondo era un posto migliore, ed era così perchè lei esisteva. Non era innamorato, perchè era un intellettuale ed aveva imparato che quello non era Amore. Era un atto di Fede come non l'avrebbe mai sperimentata se fosse stata una persona religiosa. Forse, l'unico modo in cui anche gli scettici più incontentabili possono ricordare le sensazioni della Fede è l'innamoramento. In questo caso, lei lo salvò. Lui non era un convertito, un redento forse, ma un miracolato certamente si, perchè un'altra volta aveva evitato lo scoramento profondo che logora chi vede la Vita unicamente come una lunga strada stretta abitata da idioti. Fui io, ad essere invidioso di questi loro trascorsi incorporei e senza contatto visivo. Che cosa gli aveva detto, lei, perchè lui si facesse quell'opinione? Di cosa avevano parlato, quale intimità avevano toccato senza sussurrarsi tragedie personali introducendo la fiducia come enzima per forzare la reazione? Li immaginavo. Immaginavo lui, emozionatissimo, farsi trascinare parlandole di letteratura e filosofia, e lei, interessatissima ed interessantissima, replicare, seguire il filo del discorso, aggiungere considerazioni sue. Sono sulla stessa lunghezza d'onda, si piacciono. Io ero pieno di vitalità, ridevo sempre e la facevo ridere sempre, ma non riuscii più a liberarmi della certezza che, per contrasto, le facevo venire ancora più alla mente lui.

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