2012/11/17
raw energy
Eravamo disposti secondo la forma del tavolino, eppure sembravamo seduti in cerchio attorno all'amica, che ci raccontava con dovizia di particolari della sua settimana in solitaria tra Vienna, Berlino e Praga. Uno di quei viaggi in cui camerieri ungheresi ti propongono di offrirti la cena in cambio di un bacio, olandesi quarantenni si preoccupano che la loro presenza stia tenendo lontani i ragazzi della tua età, ed esci da un locale alle sei e mezza del mattino pensando che siano le due di notte. Ma la musica cominciava a suonare, e questo avrebbe dovuto essere il segnale di riassumere, essere sintetici, arrivare al punto, perchè nella vita reale c'è tempo per tutto ma spazio per niente. In quel momento mi sentivo come se un bambino stesse annegando poco distante da me mentre io andavo di corpo, ma dopotutto consideravo che erano passate solo tre, quattro canzoni al massimo. Quindici venti minuti, insomma. Di già. Un altro sorso di birra e poi l'idea peggiore, un'altra sigaretta. La spensi nel posacenere sicuro che fosse durata un'eternità, la sigaretta davanti al treno che parte tra un minuto. L'amica stava parlando dall'inizio della serata, ore, l'amica dell'amica non sarebbe neanche andata al bagno senza di lei, gli amici non avevano fretta e, forse, nemmeno tanta voglia. Mi alzo alla prossima, pensai. Poi pensai no, se qualcuno mi avesse rivolto la parola, fatto una domanda, come va l'università? di solito, sarei dovuto rimanere ancora ed essere anche esauriente e puntuale per non sembrare scorbutico. Sorrisi e misi il cappello, mi alzai con una battutina di quelle per cui nessuno fa mai caso a me, nessuno provò a trattenermi nessuno mi seguì. Davanti alla consolle della dj cominciava un rettangolo teorico che arrivava, al punto più lontano, fino al nostro tavolino, e dentro c'eravamo io e delle persone che dovevano avere vent'anni trent'anni fa. Non mi importava ancora di quella tacita convenzione per cui non si balla se la pista non è già piena, preferivo pensare che l'eccezione esistesse per me. Una signora venne a ballare davanti a me e mi prese il cappello. Lo indossò e si sporse verso di me, guardandomi negli occhi. Aveva i fianchi e le gambe di una ragazza, non vidi il seno perchè era vestita di nero, maglia, gonna e stivali, e non volevo distogliere lo sguardo. Sorrisi come se non fossi intimidito ma divertito, forse volevo che mi baciasse perchè ero dolce. Mi offrì la schiena ed io le cinsi i fianchi, restammo così per veramente poco tempo e poi nessuno dei due si decise a condurre. Sono sicuro che dovevamo apparire molto goffi, così come sono sicuro che io dovevo sembrarlo di più. Poi permise al marito di recuperarla, e tutto tornò alla normalità, come respawnare quando muori dopo una sliding door. Solo il mio cappello non era tornato in testa a me, ma era su uno scaffale pieno di libri, come se fosse stato il posto più naturale dove l'avrei cercato. Un caso, o era bastata una sola occhiata per capirlo? Poi, come un agguato, si materializzarono i Nirvana, i Daft Punk, i Prodigy, Fatboy Slim, altri, ed avevano la forma di ragazze che fumavano una canna mandando giù cicchetti di sambuca, un nano albanese con un pancione di birra e un mal di schiena perpetuo, io che ballando sulla consolle feci cadere il posacenere di vetro la cui esplosione sentimmo solo io e la dj che mi fece i complimenti perchè sono troppo anni novanta, un pogo cresciuto in un domino, la ragazza più bella della serata che bacia un altro, il mio amico che ci prova con una, una che ci prova col mio amico, Song 2, una foto con dieci sconosciuti, nessuna chiamata persa da casa alle 3 e mezza di mattina, andare via senza pagare.
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