2012/12/21

f.e.l.l.

Andrea provò a far finta di niente, ma la sveglia impostata sul cellulare continuava a suonare da quasi un - lunghissimo - minuto. Allungò il braccio con lentezza drammatica, stendendolo come davanti ad un pubblico, e schiacciò il tasto per interrompere l'allarme, compiaciuta per averlo fatto ad occhi chiusi. Si rannicchiò ancora di più nelle coperte, il massimo sarebbe stato impietosire qualcuno che avrebbe preso le sue parti se fosse rimasta a letto. Faceva freddo, il sonno sarebbe venuto poi. Ma ora aveva voglia di una sigaretta. Riflettè per ricapitolare le varianti con cui le conseguenze potevano sconvolgere la sua mattinata. Per prendersi una sigaretta, avrebbe dovuto lasciare il letto. Ma, una volta in piedi, l'imperativo categorico non le avrebbe dato pace finchè non si fosse vestita e preparata per andare alla stazione. Quindi, la soluzione più razionalmente preferibile sarebbe stata di restarsene dov'era. Ma questo significava che non avrebbe fumato.

Mezz'ora dopo era seduta su una panchina nella sala d'aspetto della stazione. L'aria era gelida e la stessa luce interdetta delle sei e mezza accresceva la sensazione di stare facendo qualcosa di avventato. Si strinse nel maglione, largo come una richiesta d'aiuto, le maniche le arrivavano fin quasi alla punta delle dita. Guardava i tetti delle case, le tegole che non tremavano la rimproveravano che non faceva freddo quanto lei lamentava. Dopotutto, nessun vento micidiale la faceva raggomitolare sul sedile per proteggersi e nessun cancello divelto e proiettato nel cielo richiamava l'attenzione delle forze dell'ordine. Forse era soltanto il cervello che rabbrividiva perchè lei sentiva freddo dentro, per questo la sua pelle era così bianca, non era la carnagione da starlette televisiva ma pallore da ultimo posto. Fumò un'altra sigaretta per rendersi sopportabili le stupidaggini con cui occupava il tempo. Le venne improvvisamente in mente che non sapeva fischiare, come fosse un ricordo importante riaffiorato giusto in tempo. Provò un paio di volte, senza successo, il gelo le screpolava le labbra e riprese a concentrarsi sulla sigaretta, tentando di sminuire la sconfitta appena patita.

Si erano incrociati in aula, lei e lui, quasi schiacciati l'uno a ridosso dell'altra, e lui le aveva sorriso mentre gli altri li spingevano in due direzioni diverse. Ma non l'aveva notato solo perchè le aveva sorriso, non era un teen drama. Erano molti i ragazzi che le sorridevano, che le parlavano avanzando le scuse più assurde. L'aveva colpita un contrasto inatteso nell'aspetto fisico del ragazzo: lui indossava una maglia dai colori improbabili, dei pantaloni troppo grandi di almeno un paio di taglie e pieni di tasche e cerniere, i capelli in disordine acconciati alla bell'e meglio con irritazione. Eppure, anzichè sentirsi a disagio per non apparire impeccabile e presentabile, sembrava non farci caso. Invece di provare a passare inosservato, l'aveva guardata negli occhi e sorriso apertamente. Questa specie di coraggio, di naturalezza nello scoprirsi, l'aveva spiazzata.

Ora lui aveva lasciato l'aula per godersi la pausa che, in via informale, i docenti concedevano agli studenti, che la pretendevano altrettanto tacitamente. Al bagno, forse. O al bar. Chissà cosa mangia, e se c'è qualcosa  che gli piace davvero, o se semplicemente si nutre per saziare la fame. In ogni caso, aveva lasciato la borsa ad occupare il posto. Si avvicinò e l'aprì. Aveva tutto il tempo, se faceva le cose con calma. C'erano dei libri interamente fotocopiati, quadernoni, penne, e un piccolo quaderno con la copertina azzurra. Sollevò la manica destra del maglione e scoprì il braccialetto che le circondava il polso, piccoli cubetti bianchi con su incise in stampatello maiuscolo le lettere del suo nome. Slacciò delicatamente il piccolo nodo, che sembrava non aspettare altro, e mise velocemente il braccialetto nella borsa del ragazzo. La chiuse e si allontanò lentamente, col cuore che correva in vece sua. Si fermò solo nel cortile della Facoltà, per accendersi una sigaretta al riparo di un angolo del muro dell'edificio. Avrebbe dovuto dirgli del braccialetto? Ma no. Se avesse potuto parlargli, che senso avrebbe avuto infilarglielo di nascosto nella sua borsa? E quando l'avrebbe trovato? Forse la sera stessa, a casa, quando avrebbe tolto i libri di testo, oppure tra due mesi, quando una penna difettosa avrebbe macchiato tutto d'inchiostro e lui avrebbe dovuto controllare cosa si era salvato. E lui avrebbe saputo che era stata lei? Ma no. Anche lui l'aveva notata tra la folla, l'unica che aveva fatto caso a lui, per buffo che apparisse.

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