Ero un calibano, quando ci conoscemmo, coi mignoli di carta velina ed i sogni nel cassonetto di un sonno che era coma ed anestetico. Un rottame rovente in un angolo dell'estate.
Arrivai da lei come un automa senza istruzioni, passivo come un oggetto inanimato con le emozioni incatenate perché inopportune, tabù perché senza foce.
Nel momento in cui meno che nulla avevo da offrire, lei mi voleva con se a tutte le ore.
Anche al telefono.
Fu come guarire da un handicap, come le prime ore di una vacanza.
Trovavamo cose da fare, e ne inventavamo di nuove da condividere.
Potevo parlare di me, ma non sapevo cosa raccontare né avevo davvero qualcosa da dire. Gli anni passati a filtrare mi avevano ammutolito.
E lei mi ascoltava come fossi una persona, come se fosse importante quanto la girandola di rapporti umani classificate in comitive che cominciavano a vorticarle attorno.
Rincuorato, rinvigorito.
Recuperato.
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