2011/11/29

Il giovane Holdon

(...) Guardando alcuni di noi, si aveva l'impressione che in quei giorni si stesse schiudendo davanti ai nostri occhi il meglio delle nostre vite, e che avremmo dovuto solo allungare le mani per goderne tutti insieme. Ci importava poco, come poi mi spiegò una specialista, che stavamo solo disperatamente evitando il problema di cosa fare di noi stessi, ed un caffè diventava il pretesto per abbandonare i libri di testo, che rimanevano desolatamente aperti sulla scrivania come fossero in attesa di un nostro ritorno imminente, oppure inesistenti prove intercorso previste per il lunedì seguente fornivano l'alibi per chiudersi in casa con la mestizia tipica dei weekend. In quel periodo io ero un osservatore. Non mi perdevo mai niente, ero sempre da qualche parte in compagnia di qualcuno, ma già al mio ritorno a casa non conservavo nessuna impressione di aver fatto alcunché di strabiliante. In realtà, ricordo che tutti non facevano che sottolineare quanto fossero felici o ripetere quanto fosse straordinario tutto quello che facevano o quanto fosse eccitante quello che gli succedeva, ed era esattamente lì che mi trovavo, in mezzo a persone costantemente intente a farsi foto da commentare gioiosamente, come a voler suscitare le invidie di qualcun altro. La stessa specialista a cui ho accennato prima mi spiegò poi che questo fu il periodo in cui si manifestò la depressione, che lei derubricò quasi distrattamente come 'leggera' e che per me non era la prima né sarebbe stata l'ultima, ma in quei giorni io davvero non capivo dove volessero andare a parare tutte queste persone che sembravano non saper aprire bocca senza aspettarsi un elogio, e provavo un certo disagio, sicuro che ci fosse in me qualcosa che non andasse se non riuscivo a vedere tutte queste belle cose. (...)

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