2011/11/24
Una stagione per abbandonarsi ad una fede assoluta
Fu una stagione di incertezze ed imperfezioni, oltre che per i nuovi gruppi musicali di cui riuscivo a procurarmi materiale da ascoltare in modo non completamente lecito, per la letteratura, per quello che leggevo e scrivevo. Ero troppo lirico, perfino caotico al limite dell'inconcludenza, pieno di supponenze manichee, scopertamente innamorato del linguaggio: scrivevo di angeli che contemplano a bocca aperta il caleidoscopio terribile di forme e colori delle nebulose irraggiungibili oltre le costellazioni, ed i protagonisti delle mie storie piangevano un momento prima di cominciare a ridere, e si uccidevano in modi fantasiosi ed inevitabili quando stavano per mettersi a piangere, ed ancora oggi non so dire il nome di uno solo di loro che abbia reagito in modo sano e razionale davanti ad un imprevisto o una crisi. A tratti mi sembrava di cogliere davvero le linee dell'orizzonte sfocarsi e farsi sempre più ipotetiche, finchè contare il numero di finestre delle case diventava un azzardo, e credevo fosse dovuto alla mia propensione a sognare ad occhi aperti, confondendo ed indefinendo perchè impegnato a visualizzare altro, ma era solo la miopia. Ero scandalosamente inaccettabile, teneramente inetto, come scrittore, solo che scrivere non era arduo. Non sognavo un posto nelle ultime pagine delle antologie di letteratura italiana delle scuole superiori, ed io stesso avrei storto il naso se una delle mie pubblicazioni fosse stata sistemata, in riga o in colonna, sullo scaffale in bella vista dei consigli per la lettura in una qualunque libreria. Non m'interessavano le recensioni, perchè non ero toccato da quelle negative e ancor meno da quelle positive, considerando ugualmente insulsi gli ammiratori ed i detrattori e me stesso sfortunatamente incompreso ad ogni commento. Volevo semplicemente scrivere, fino a scrivere qualcosa che mi piacesse, e pretendevo che dovesse piacere per forza a chiunque, ma soprattutto gli elogi parevano sminuire la grandezza impressionante di ogni mia creazione, rimpicciolendola, imbastardendola, profanandola e confinandola nello spazio meschino di sillabe e periodi. Ero come un Narciso che non vuole che lo si guardi in faccia perchè trovare una parola per descrivere la sua bellezza sarebbe come dire che la sua non è una Bellezza che abbraccia il Tutto ma solo un piccolo ambito particolare. Non fu questo mio atteggiamento bizzarro che mi valse la fama di stravagante tra i miei conoscenti più stretti (...)
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