Radunate le mie ultime energie all'interno del campo di forza della mia volontà, uscii a mangiare un gelato. Pensai che, se proprio dovevo morire sudaticcio ed ansante, tanto valeva conservare un ultimo dolce ricordo contemplando il quale prendermi gioco di una realtà tirannica che si divertiva a punzecchiarmi con un termometro che segnava quasi quaranta gradi celsius.
Ah, gli improbabili e derivati miscugli a buon mercato di cioccolato e nocciola che varrebbero bene un sovrapprezzo!-- non già una multa per il plagio spudorato e la palese inottemperanza ai diritti d'autore di un marchio registrato, ma un'offerta a piacere per il sapore inimitabile anche volendo, trattandosi di esperimenti inammissibili che devono nascere e morire nella clandestinità di un'estate.
Esprimevo imprecando il mio disappunto perchè, all'età che ho, non sono ancora capace di mangiare un gelato senza dover poi correre a casa a cambiarmi i pantaloni, quando ci rendemmo conto l'uno dell'altra. All'esterno della gelateria c'eravamo solo noi, difficile fingersi distratti.
Lei, con quella combinazione sbarazzina, tutta femminile di stracciatella e kinder da cui un ragazzo non sa essere affascinato; e io, con le mie fantasiose acrobazie di gusti ed i miei accoppiamenti funambolici e discutibili-- per la cronaca, mars e pistacchio in questo caso.
Era il periodo in cui mi ero riproposto di affrontare le mie giornate con più spontaneità perchè, secondo alcuni video su Youtube, ogni secondo della mia vita era prezioso ed era un'occasione per raggiungere la Vera Felicità. Perciò, quando lei alzò lo sguardo perchè io la fissavo intensamente sperando che se ne accorgesse in modo da poterle sorridere, le sorrisi. Lei venne a sedersi accanto a me - sulla stessa panchina - e fu un momento prima, quando capii cosa stava per succedere, che smisi di essere spontaneo.
Parlammo un sacco. Parlammo finchè il suo gelato non fu finito ed il mio non si fu per metà sciolto sulle mie ginocchia.
Ad un certo momento, si fece più vicina e più seria, e mi raccontò di un sogno che aveva fatto alcune notti prima. Aveva sognato suo fratello, morto alcuni anni prima e che, a sentir lei, somigliava in tutto e per tutto-- eccettuati gli occhiali. Non capii. Mi immaginai misteriose eredità milionarie contese tra parenti infidi, immaginai lei in pericolo di vita per via di uno zio cattivo o un lontano cugino senza scrupoli, immaginai che stesse per chiedermi di impersonare il fratello, redivivo dopo una morte poco chiara in seguito ad un incidente stradale su cui da anni si accumulavano congetture su congetture ed accuse su accuse.
Niente di tutto ciò.
Mi chiese, impacciata, se poteva abbracciarmi.
Io non sono mai stato capace di essere abbracciato. Non mi succede da tanto - a onor del vero, quasi evito che succeda - e non sono più tanto abituato, e anzi mi sembra sempre di essere io quello che abbraccia, a prescindere. Non ho una memoria fisica del gesto, ecco. Il mio corpo non sa come reagire.
Tuttavia, in quel frangente, mi sembrò di non essere me stesso. Mi tolsi gli occhiali, senza pensarci, sorrisi col mio sorriso più dolce e. Non è questione di ricordare una sequenza di movimenti, di elencare minuziosamente cosa ho fatto. Al contrario, io non ho fatto niente. Mi sono lasciato abbracciare.
Per quanto possa essere solo un racconto, o magari solo un punto per arrivare alla questione dell'abbraccio, non ho potuto non ridere nel punto in cui dici i gusti sul tuo cono
RispondiEliminaSto prendendo seriamente in considerazione l'idea di scegliere dei 'pantaloni da gelato', in modo da sporcarne solo un paio ma per sempre.
RispondiEliminae pure non sarebbe una cattiva idea, in Scrubs ci sono i cookies' pants
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